Parliamo un po' di un concetto che ti sta a cuore: quello dell'improvvisazione cinematografica.
Beh, il concetto di improvvisazione cinematografica si evolve con l'improvvisazione stessa. In Effetto Notte Truffaut diceva: "Fare un film è come il percorso della diligenza nel far west: si sa quando si parte ma non si sa neanche se si arriva". L'esperienza di improvvisazione cinematografica è nata ancora prima dell'esistenza dei festival nei quali questa pratica è svolta, perché il cinema si basa davvero molto sull'improvvisazione: è l'amalgama dei lavori di più persone con esperienze assai diversificate che tentano di creare assieme un prodotto coerente.
Tu come hai cominciato?
All'inizio era davvero un gioco, con gli amici si passava la serata a fare minifilm da due minuti con la digitale. Quando ho iniziato a vedere che il metodo poteva funzionare, sono passato a girare cortometraggi ed ho partecipato a vari concorsi in cui correvo come un matto per cercare di improvvisare l'intero lavoro nel giro di un paio di giorni. Anche per Triple Trap eravamo sul set senza una pre-produzione: avevamo appena finito di scrivere la sceneggiatura. L'unica cosa non improvvisata del film è, appunto, la scansione narrativa del testo: è il paletto che ti metti per far sì che l'improvvisazione non diventi anarchia completa. Per il resto andiamo a tentoni: improvvisiamo i set, le luci... I risultati ci piacciono.
Dunque per fare improvvisazione c'è bisogno di una grande consapevolezza di sé e dei propri mezzi.
Sì, l'improvvisazione è una costante della vita: pure chi gioca un biglietto della lotteria non sa se vincerà. Improvvisazione significa anche adattamento: tutto sta nell'adeguarsi agli obiettivi ed alle scadenze che ci si pone adoperando come strumento l'istinto e come supervisore l'esperienza. Gli scienziati stessi non sanno a priori quello che hanno postulato, devono improvvisare, tentare: tutta la vita è un esperimento continuo. Lo stesso vale per l'arte: ciò che produce non è frutto di perfezione, ma di prova. E' anche questione di onestà e genuinità alla fine, perché il risultato va accettato qualsiasi esso sia.
Oltre che regista sei anche sceneggiatore, accanto a Federico Dellacasa. L'idea che vi ha condotto a scrivere la storia di Triple Trap è stata suscitata da qualche episodio particolare?
Ero in cerca di idee per un film da distribuire sui telefonini, il progetto poi è sfumato; nel frattempo Federico propose tra le chiacchiere "Ma se ci fosse uno scrittore che avesse un poliziotto come amico d'infanzia e volesse chiedergli dei ragguagli per una rapina quando in realtà è lui che vuole fare la rapina?". L'idea è stata poi recuperata nello sviluppo della storia, il concetto fondamentale sta comunque nel dare l'impressione di voler fare una cosa quando in realtà se ne vuole fare un'altra. Tutta la storia ruota attorno all'espediente del "gioco delle parti".
So che svilupperai il film a mobisodes: quali intenzioni ci sono dietro a questa scelta?
E' un esperimento di massmediologia. "Il mezzo è il messaggio" diceva Marshall McLuhan: ciò significa che il veicolo di trasmissione che ospita il contenuto determina la forma del contenuto stesso. I mobisodes sono un tentativo di capire dove vanno i media sia a livello di tecnologie della trasmissione, sia a livello di formato dei contenuti. L'obiettivo che mi sto ponendo in realtà è ambizioso: è quello della cross-medialità; vorrei che il mio contenuto filmico sia sufficientemente duttile da poter attraversare un po' tutti i media di trasmissione: dalle sale cinematografiche ai dvd, da internet al telefonino.
Parlami del tuo legame con il cinema indipendente: è anche una questione di fierezza? Se avessi più soldi cambieresti radicalmente profilo lavorativo?
E' una questione di opportunità e di mercato; se si vuole cercare di sperimentare qualcosa di nuovo e scommettere sui nuovi mercati che possono aprirsi, questa è un'ottima strada. Oltretutto, è un modo per fare vera e propria ricerca cinematografica su tutti i fronti: linguaggi, nuove tecnologie... Noi ci crediamo anche a livello imprenditoriale e speriamo di avere un rientro economico tale da permetterci di sperimentare ulteriormente. Ovviamente senza dimenticarci che il nostro scopo primario è quello di raccontare qualcosa, di intrattenere la gente, di divertire.
Ora le riprese sono terminate e stai già avviando le sessioni di postproduzione. Come ti rapporti a questa seconda fase del lavoro?
Innanzi tutto, mentre giro mi rendo conto del prodotto che sto creando e sono molto attento alla drammatizzazione delle scene, all'alternanza dei campi e soprattutto alle luci: tutto questo ovviamente semplifica il lavoro nella fase successiva. Monitorare quello che faccio mentre lo faccio mi consente di portare a casa un lavoro in parte già svolto. Parlando di montaggio poi, in particolare di montaggio offline (che è quello che ti consente modifiche all'infinito) il lavoro potrebbe davvero essere infinito: serve una buona dose di intuizione e certamente anche capacità di sintesi. Ho fatto il montatore per diversi anni e credo che siano importanti la padronanza delle macchine e l'abilità ad aver pochi ripensamenti.
A proposito di padronanza delle macchine, sai già che mezzi adopererai?
Oggi, ad esempio, abbiamo fatto una carrellata dal basso servendoci di uno skateboard e di una scopa ed in postproduzione adopererò deshaker, il plug-in di Virtual Dub che serve a stabilizzare le immagini in movimento.
Cos'hai in serbo per ciò che concerne le musiche del film?
La colonna sonora sarà dei Jesus From Ibiza, è un gruppo italiano che lavora a Londra; la frontwoman, Olivia Cinquemani, è stata anche una cantante di musical di discreto successo.
Per finire, quando ci vedremo sugli schermi? Siano essi quelli di una sala cinematografica o quelli del cellulare...
Speriamo presto! Mi auguro che le macchine non mi lascino per strada, altrimenti dovrò inventarmi immediatamente qualcos'altro per guadagnarmi la pagnotta!
Laura Bonelli

